Addio Armadio Crudele

Addio Armadio Crudele

 

Anni fa scrissi un racconto breve. Si intitolava ” Addio Armadio Crudele”. Stasera me lo sono ritrovato.

 

 

“E’ sempre la solita storia del cazzo. Rivendono l’appartamento e si portano via tutto… tranne me. 

Sono fatto su misura dicono. Ad incastro aggiungono.

Balle. 

Semplicemente se uno si fa la casa nuova la vuole nuova. Io sono un impiccio da portare via. 

Lascio un vuoto che non appaga la vista.

A me non dispiace questo posto.

Certo… quel giallino alle pareti lascia un pò a desiderare. 

Nel complesso, però, farei fatica ad immaginare una casa dove stare meglio, anche se non ho avuto altre esperienze purtroppo. Quindi sono solo supposizioni.

Tra qualche ora arriveranno i nuovi inquilini. Mica lo sanno che da qui c’è passato mezzo mondo.

Storie folli e ordinarie al contempo.

 Non potete neanche immaginare quanto possano essere strane le vite all’interno delle mura domestiche. (Nessuno, la fuori,  è sè stesso fino in fondo!!!)

Ricordo di quella signora anziana. Sonnambula di notte. Di giorno un po’ svampita, come fosse presa da quello strano stato di sogno che affligge la veglia.

Il marito era morto da pochi anni e ancora vestiva di nero. Quella cadenza meridionale. 

L’appartamento gliel’aveva comprato il figlio, ma la veniva a trovare di rado.

Spesso parlava con i muri. Non mi è mai stata simpatica. 

Avrebbe potuto parlare con me invece!

Ma durò poco.

Una notte, durante le sue passeggiate inconsapevoli, mi è piombò addosso. L’impatto fu  piuttosto brusco. Perdette molto sangue, ma riuscì a chiamare il figlio e la vicina. Ci fu un via vai di medici e infermieri. 

Decisero di portarla in un centro per anziani, da sola non poteva più stare.

Io ero un pò ammaccato, ma ormai visti i miei anni, ne ero quasi fiero. Stavo iniziando ad essere vintage. 

Da allora la casa è stata chiusa per un pò. Ogni tanto passava il figlio o una cameriera a dare una rapida occhiata. Ma li sentivo solamente. In camera neanche ci venivano.

Poi arrivarono i nuovi inquilini. Decisero di vestirmi con uno specchio. Non mi dispiacque affatto.

La mia stanza venne assegnata ad un bambino, si chiamava Matteo e aveva all’incirca 6 anni.

Matteo mi piaceva proprio. Con lui, per la prima volta, avevo raggiunto un rapporto di confidenza pieno.

Quando aveva paura si metteva seduto dentro me, accendeva una torcia e mi raccontava di mostri, draghi e battaglie da intraprendere. Talvolta di una certa Viola, bambina della 1 E, che gli piaceva molto. Voleva dichiararsi, ma aveva il terrore di essere preso in giro dai compagni: aveva optato per una letterina piena di errori grammaticali. 

Chiedeva dei consigli al suo amico immaginario… “potevo essere io!!!” Matteo fu il mio primo e unico “amico”.

Fu uno strazio quando il padre fu promosso al lavoro e decisero di trasferirsi in un appartamento più grande.

Mi ritrovai di nuovo solo. 

Le mie giornate erano scandite dai riflessi del sole sulle pareti, piccoli raggi sottili che filtravano tra gli scuri decadenti.

Spesso venivano a vedere la casa, ma nessuno sembrava deciso nell’acquistarla.

Non era messa bene, lo stabile non aveva l’ascensore, ma chiedevano il giusto. 

Ricordo quel periodo come uno dei più tristi della mia vita. Andato via Matteo niente aveva più un senso, neanche il trattamento lucidante che mi si prospettava, promesso dall’agente immobiliare ai futuri, eventuali, acquirenti.

Dopo qualche mese finalmente delle nuove persone. 

Erano una coppia. Lui molto più grande di lei, bell’aspetto. Faceva il medico al Redaelli. Spesso stava fuori la notte. 

Lei non ho mai capito cosa facesse, ma era molto triste e sola.

 Passava le ore a ritagliare foto dai giornali e a creare, con queste, dei buffi collage da attaccare alle pareti. Alcuni li attaccò anche su di me, senza chiedermi nulla peraltro!

Ogni tanto prendeva ago e filo e ci infilava delle perline per poi creare degli strani disegni sull’orlo dei suoi jeans. Se li provava e, scontenta, con delle forbicine, li toglieva. Ricominciava da capo.

Una cosa piacevole di quei pomeriggi la ricordo: aveva davvero dei bei gusti musicali. Non l’avrei mai detto, visto il tipo. Le ore passavano sulle note dei Rolling Stones, dei Pink Floid, talvolta i Doors. 

 Su quelle note, io, ricordavo la mia infanzia al mobilificio, quando ero ancora da assemblare, ma già sapevo che sarei diventato quello che sono oggi.

Le poche notti che il dottore si fermava a dormire erano uno strazio. Aveva dei gusti sessuali un pò particolari e russava troppo. Col tempo mi convinsi che lei era una sorta di amante mantenuta, se no con uno così non ci sarebbe mai stata.

A modo mio iniziavo ad apprezzarla.

 La sua malinconia era il riflesso della sua anima: per quanto poco complessa mi appariva assai fragile. Avrei  voluto chiuderla tra le mie ante per farla sentire al sicuro.

Ci fu un periodo che lui iniziò a venire piuttosto di rado. Le sue visite pian piano si fecero episodi isolati.

Lei ogni tanto invitava a casa il figlio della portiera, ventenne scapestrato. Ci faceva l’amore.

Passavano i giorni e la vedevo più bella. Era finalmente felice. 

La nostra convivenza era diventata senz’altro più spensierata. Certo non mi raccontava le sue cose come Matteo. Ma spesso canticchiava quello che ascoltavamo e aveva una bella voce.

Un pomeriggio la sentii gridare dal salotto, poi subito scoppiò a piangere. Singhiozzava, aveva delle mezze convulsioni.

Prese il telefono e chiamò qualcuno, suppongo il dottore.

Aveva scoperto di essere incinta. Il problema non trascurabile era che… non era del  dottore il figlio che portava in grembo. Lui era impegnato con un progetto di ricerca in America. Non si vedevano da più di un mese.

Non riuscii ben a definire la conversazione nel dettaglio, ma poi subito capii. Attacco il telefono con forza e si fiondò in camera; iniziò a buttare le sue cose nella valigia. 

Mi aprì con una tale foga che quasi mi spezzò un’anta. Restai dolorante per settimane dopo quel pomeriggio. 

Entro sera se ne era già andata.

Il mattino seguente il dottore venne con un’agente immobiliare. Aveva deciso di affittare l’appartamento. 

Definirono i dettagli e iniziò un altro periodo nero. 

Ogni giorno c’era un via vai di gente e, non so perchè, una volta in camera, continuavano a toccacciarmi.

“questo deve restare per forza?” “per forza no, ma essendo su misura è molto comodo. basterebbe restaurarlo un pò…”. Tutti sbuffavano o dicevano cose a caso. 

Il problema era la mia autostima. Iniziava a volare sottoterra.

Fino a che, finalmente, arrivarono in via ufficiale i locatari.

Ed ecco, l’ennesima forma di convivenza: una famiglia.

Lui sulla cinquantina, avvocato. Lei sui quarantacinque, insegnante di storia al liceo classico di quartiere. Una figlia adolescente, Giulia. Un cane, Biagio. 

La mia stanza fu subito occupata da quella ninfetta seducente. 

Venni vestito di poster dei più svariati attori e cantanti.

Mi tatuò in rosso sull’anta destra “Giulia 1998 xbx”. Sulla sinistra in bianco “Luca sei bono. Ti amo tanto”. 

Anche questa volta dovetti prestare un mutuo consenso.

Se ne stava sempre rintanata in camera ad ascoltare la musica e a scrivere sul suo diario. 

Non era una gran studiosa, ma i compiti li faceva quasi sempre.

Ogni tanto guardava quella scatola animata chiamata televisore. 

Mai l’ho capita questa fissa di voi umani per quell’aggeggio. E’ vero che vi risparmia dall’onere di parlare e, quindi, di pensare a cosa dire.

Ve ne state li imbambolati, persi nei vostri pensieri, a guardare quel susseguirsi di immagini.

Alla fine do più soddisfazione io, no?… Con me dovete parlare voi. Pensare a cosa dire. E il mio silenzio vi porterà a mettervi in discussione. (Lo specchio in questo aiuta!)

Giulia  era  una ragazza come tante di quell’età . 

La sua camera era il suo mondo e non amava condividerlo, se non con persone scelte.

Spesso,  venivano a trovarla le sue migliori amiche. 

Passavano i pomeriggi a truccarsi in modo strano e a farsi strane fotografie che poi mandavano agli amici sul telefonino.

Mi aprivano e chiudevano senza sosta per guardarsi allo specchio.  

Truccate da dive, con i tacchi della  madre, continuavano a ridere e a parlare di ragazzetti. Il tutto ascoltando vecchie canzoni.

Sapevano a memoria tutti i testi di Battisti, De gregori, De andrè; così conciate li cantavano con le loro voci acerbe. 

Penso che Giulia, all’epoca, non avesse mai baciato nessuno. Le amiche erano un pò più svelte. Lei era in attesa del principino del suo cuore. Della vita, in generale, aveva un ‘idea romantica.

Finito quel teatrino si struccavano, deponevano i vestiti dentro me e si congedavano con tre baci sulle guance.

Tornava allora a scrivere sul diario o a fare i compiti. Regnava il silenzio.

Iniziavo ad affezionarmi pure a lei. Era sempre così. Non riuscivo a rimanere nel mio ruolo statico di mobile.

Il mio cuore di legno pulsava in realtà. Ed era una bella sensazione.

Vedevo Giulia come una sorellina, quella cassettiera che ho sempre desiderato avere in camera con me e che mai avevano messo a causa degli spazi troppo ristretti.

In fin dei conti ero sempre solo. Gli altri mobili venivano presi e portati via ad ogni cambio. 

A causa delle mie dimensioni mi era difficile fare amicizia nelle altre stanze. Non facevo parte di quel gruppo di mobili che prendi e sposti dove vuoi…

Ogni tanto buttavo l’occhio all’universo che c’era fuori da quella camera. Intravedevo una poltroncina, pareva simpatica. C’era anche un attaccapanni, ma era silenzioso. 

Nell’angolo più a destra c’era una piccola libreria di legno scadente. Ecco lei era di dubbio gusto. E non ho mai, volutamente, risposto ai suoi ammiccamenti.

Le librerie sono le peggiori. Solo perchè servono a portare libri, invece che vestiti, si credono di sapere tutto.

Sono anni che medito di spiegarglielo a qualcuna di loro “care mie. della vita si capisce di più dai  vestiti, dal sudore e dagli specchi che non da pagine sgualcite.

E mai l’ho capita quella degli “scheletri nell’armadio”.

“Io di scheletri non ne ho visto neanche mezzo!”

La mia convivenza con Giulia durò parecchi anni. E volarono, sia chiaro.

Era arrivata ragazzina e ,ora, la osservavo farsi donna mentre si faceva la coda alta e si metteva il rossetto prima di andare a lezione. Era molto bella.

Aveva iniziato ad uscire da qualche mese con un suo coetaneo. Alle volte lo invitava a casa a studiare.

Si erano baciati, ma non avevano mai fatto sesso. Quantomeno in quella stanza.

A me lui non dispiaceva, anche se devo ammettere che ero un pò geloso.

In fin dei conti, però, dovevo rassegnarmi all’idea di essere pur sempre un armadio, benchè con un’ anima . Sempre e solo legno rimanevo.

Di certo non avrei potuto chiedere a Giulia di uscire, e neanche con l’ età c’eravamo.

Mi rassegnavo all’idea che, in fondo, era un bravo ragazzo questo che me la stava portando via.

Arrivò poi la notizia assai triste.

 Il dottore, l’odioso dottore, aveva deciso di vendere l’appartamento ad una coppia di anziani.

Giulia e la sua famiglia iniziarono a impacchettare tutto, un altro trasloco a breve. Un altro addio.

Ero molto triste. Sentivo i piedini sgretolarsi per il dolore. 

Avrei voluto lasciarmi andare al mio stesso peso, crollare in mille pezzi e farmi portare in una qualche discarica. Farla finita.

Non ne potevo più di quella pena. 

Non c’è niente di peggio di un addio, soprattutto se ti rendi conto che sarà sempre così. 

Ero destinato  a staccarmi dalle persone a cui volevo bene. Il tutto senza avere la possibilità di dirglielo.

Quella stanza era il mio mondo. Un mondo che, ora, si chiamava Giulia. E un futuro senza di lei non riuscivo proprio a immaginarlo. 

Il dottore maledetto era il principio e la fine di ogni mia forma di gioia.

Ora sono qui. In attesa dei nuovi proprietari. 

Intanto le mie ante iniziano a cedere. La cosa non mi dispiace affatto. “



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